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Venerdì 24 Aprile 2015
FUORI BORDO 2.O/MIGRAZIONI: L'ITALIA VISTA DALLA PAGINA FACEBOOK DI GIANNI MORANDI
L'uragano dei cercatori di felicità   versione testuale
di Simone Sereni*







Non avrei mai immaginato di dover e poter buttare giù questi due appunti sulle reazioni a un fatto tanto grave e orrendo come l’ultima strage di migranti nel Canale di Sicilia, partendo dalla pagina Facebook di un cantante di musica leggera. Ma pare proprio che il sentiment prevalente su questa questione tra gli italiani, nella loro versione digitale – se ancora vogliamo tenere questa distinzione –, si possa scovare tra i commenti a un post su Facebook di Gianni Morandi.
Un post nel quale Morandi ha ricordato gli italiani migranti della fine dell’800 e dell’inizio del ’900, mettendo a confronto due foto: una dei barconi di oggi e una dei transatlantici di allora ricolmi dei nostri connazionali. Dopo quasi 15mila commenti, il noto cantante ha scritto sconcertato: “Non mi aspettavo che più della metà di questi messaggi facesse emergere il nostro egoismo, la nostra paura del diverso e anche il nostro razzismo. A parte gli insulti, che sono ormai un’abitudine sulla rete, frasi come ‘andrei io a bombardare i barconi’ o ‘sono tutti delinquenti e stupratori’ oppure ‘vengono qui solo per farsi mantenere’, mi hanno lasciato senza parole...”. Ecco, al massimo parolacce. Che Morandi tra l’altro aveva scelto di evitare, rispondendo in modo molto puntuale e gentile ai primi commenti incommentabili. Tanto che Il Post ne prende spunto anche per mostrare cosa significhi usare bene i social.
Non ho verificato, ma credo che qualcuno avrà anche trovato il modo di fare lo spiritoso e commentare la morte di almeno 800 persone, che probabilmente “cercavano la felicità” – come ha detto il Papa –, con un bel “uno su mille ce la fa”. E a proposito delle parole del Regina Coeli di domenica scorsa, Morandi ha chiuso il suo ultimo post, scrivendo provocatoriamente: “Magari qualcuno di questi messaggeri ha famiglia, figli e la domenica va anche a messa. Certamente non ascolta, però, le parole di Papa Francesco”. E questo è un altro tema, banale, ma è un tema.

Già prima di questa vicenda, @gigiorancilio su Avvenire aveva scritto che “sul web la pietà sembra morta”. Mi ripeto: non so se la prospettiva giusta sia ancora dire “sul web”, come se per strada sia meglio. Ma Rancilio stava dando conto di un’altra conversazione su FB, che è girata quel giorno su tanti diari, sempre a commento del naufragio. Un campionario ancora più sconcertante del primo. Ma siamo davvero mediamente così cinici, arrabbiati e spietati? O sono i social che “ci disegnano” così?

L’Unione europea ha deciso ieri come affrontare la crisi delle migrazioni nel Mediterraneo.
Se poi ci mettiamo dentro l’impegno militare di affondare i barconi prima della partenza, le soluzioni che si prospettano non sono molto lontane dalla linea dura e “pragmatica” dettata dai tribuni politici più rumorosi di questo periodo. Che, per inciso, probabilmente non sono fan del “buonista” Gianni Morandi. Una linea che peraltro trova sostanzialmente d’accordo voci influenti del mondo cattolico come Luigi Amicone e Mario Adinolfi. Di tutt’altro tenore sono state invece le reazioni di gran parte del mondo dell’associazionismo e dei movimenti cattolici, Comunità di Sant’Egidio e Acli in testa, che da tempo chiedevano l’estensione all’Ue e non la chiusura del programma “Mare Nostrum” e avevano già denunciato nel 2011 l’errore tragico dell’attacco alla Libia senza una strategia di stabilizzazione.

Sarò ormai in preda a suggestione musicale, ma rileggendo a freddo alcune reazioni pubbliche, oltre a quelle private, su migrazioni, Mediterraneo, Libia e Isis, tutto incluso, mi risuona un verso di una famosa canzone di Ivano Fossati: “Abbiamo nella testa un maledetto muro”. Tanti di noi sembrano sentirsi come soldati di prima linea. Di seconda o terza linea, diciamo, meglio. Fieri e armati fino ai denti, in cima a un muro alto alto, per difendere un orticello. Un muro che cerchiamo di piazzare quanto più possibile lontano da noi e in linea di massima sulle coste libiche. Ce la caviamo così. Senza voler guardare oltre quella linea; come se poi eventualmente fosse l’unica da presidiare. Senza chiedersi come mai di là, a fronte nel nostro orticello, c’è un mondo che ribolle e una marea umana – 1 miliardo di persone che vive in estrema povertà – e perché. Di fronte a questo uragano di disperati “cercatori di felicità”, di buona come di cattiva volontà, ci mettiamo sul muro a difendere i nostri bei gerani con l’ombrello. Magari, come in quelle lise battute da bar, agognando una bella bomba atomica risolutiva. In bocca al lupo.

*Opinionista,
web content e social media editor Acli.it