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 File e Dossier » Dossier/Silenzio e Parola: cammino di evangelizzazione  » Educare, educarsi al silenzio  
Giovedì 15 Marzo 2012
Educare, educarsi al silenzio    versione testuale
di Adriano Fabris - Silenzio e Parola VI







La riflessione sul messaggio di Papa Benedetto per la 46ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali interroga anche il mondo accademico. Adriano Fabris, docente di filosofia morale all'Università di Pisa, ci offre un contributo sull'educazione al silenzio.

Da alcuni anni ormai il Santo Padre, nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ci ha abituati a una riflessione sulle nuove tecnologie, sul modo in cui possiamo vivere e agire in maniera buona nel mondo digitale, sui modi in cui i sacerdoti stessi possono usufruire di questa opportunità. Ma nel suo ultimo testo l'approccio appare sorprendente. Che cosa c'entra, infatti, il silenzio con il tema delle comunicazioni sociali? Perché richiamare il rapporto tra silenzio e parola nella prospettiva di un cammino di evangelizzazione?
In effetti viviamo in un'epoca in cui di parole ce ne sono troppe. Ne siamo sovente travolti: senza pause, senza requie. E in questa situazione emergono alcune questioni di fondo, davvero decisive per un'evangelizzazione adeguata al nostro tempo. Il Vangelo, infatti, non può essere percepito come una voce tra le altre. Bisogna distinguere fra le parole. Nel contesto di overdose comunicativa in cui viviamo, in quella situazione cioè in cui tutto ciò che viene espresso risulta omogeneizzato e miscelato all'interno di un medesimo blob, la questione, dunque, è di non far assorbire la parola dell'annuncio, la parola di salvezza, la parola che esprime la relazione fra umano e divino, nel più ampio frastuono costituito dalle molte parole inutili.
Di più: queste parole che costituiscono una specie di sottofondo, di brusio al quale ci siamo ormai abituati, e che magari ci tiene compagnia come un apparecchio televisivo sempre acceso, sembra in grado di offrire risposte preconfezionate prima ancora che apriamo la bocca per domandare. I motori di ricerca non solo ci permettono di trovare ciò che c'interessa, ma determinano anche il modo, l'impostazione stessa della domanda. E così, per formulare istanze autentiche – quelle che riguardano la nostra vita e manifestano l'inquietudine che l'attraversa – pare non ci sia più spazio.
Ecco perché, in questa situazione, la via che segue papa Benedetto è appunto quella di mettere in relazione la parola con il silenzio. E dunque di passare al vaglio del silenzio le varie parole che pronunciamo quotidianamente. Mostrando che non tutte queste parole sono essenziali, non tutte sono significative, non tutte stanno sullo stesso piano, non tutte dicono davvero qualcosa. L'esercizio del silenzio, infatti, è in grado di purificare la parola. Il silenzio non solo è lo sfondo del nostro dire, non solo, in quanto tale, è parte integrante della comunicazione, nella misura in cui in essa si manifesta: come le pause sono essenziali per lo svolgimento di un discorso musicale. Il silenzio è qualcosa di eloquente. Esso è il modo in cui può manifestarsi ciò che la parola non riesce a dire: come nell'abbraccio che consola più di tante frasi.
Ma il silenzio non è solamente luogo del raccoglimento e del distacco dalle troppe, sovente inutili sollecitazioni quotidiane. Esso può anche essere occasione d'incontro con qualcosa – o meglio, con qualcuno – di totalmente diverso. Nel silenzio, infatti, le nostre parole purificate acquistano spessore. Nel silenzio il primato della parola si rovescia nella possibilità dell'ascolto. E ciò che può essere ascoltato è una parola diversa: quella Parola silenziosa, quella “Parola eterna, per mezzo della quale fu fatto il mondo" alla quale il Papa si riferisce citando implicitamente le Confessioni di S. Agostino.
Insomma: educare alla comunicazione non è possibile, non è qualcosa di pienamente realizzato, se non comporta anche un'educazione al silenzio. Perché nel silenzio possono rivelarsi quelle risposte che vengono incontro alle nostre domande di senso e che ci coinvolgono davvero. Perché dal silenzio proviene quell'attenzione esigente che non si accontenta di facili risposte, ma che ricerca quel rapporto con un'Alterità la quale, sola, è in grado di appagare il nostro desiderio.

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