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Lunedì 12 Febbraio 2018
Siamo servi della gleba digitale   versione testuale
di Claudio Magris







In meno di tre giorni si sono accumulati nel mio cellulare (uno di prima generazione) 418 messaggi. Anzi, messaggini, secondo il lessico lezioso e vezzoso che adorna di fiori di carta le gabbie d’acciaio della tecnologia. Telefonini, messaggini, ditini che battono tastini. Non so cosa dicano, quei 418 appelli in una bottiglia, perché non sono capace di leggerli e dunque di rispondervi. Non è una stolida posa antitecnologica, sempre falsa e patetica, non solo perché si disconosce con supponenza l’aiuto che la tecnologia reca alla vita — basta pensare alla medicina e alla chirurgia — ma anche perché si crede che la tecnologia sia solo quella recente, quella che è piombata nella nostra vita già adulta, e si identifica la cosiddetta natura con la tecnica che c’era già quando si è venuti al mondo. La radio, ad esempio, mi sembra più «naturale» della televisione, perché quando sono nato i suoi suoni erano già nell’aria, come gli altri rumori della realtà, mentre la televisione è entrata a casa mia quando finivo il liceo. Nessuna psicosi o civetteria antitecnologica dunque, da parte mia. Semplicemente soffro di disabilità digitale, che è un handicap ma non una colpa, e invoco rispetto per questa mia «diversa abilità» digitale, come si dice in politically correct, così come chiedo comprensione perché non sono più in grado di fare le belle escursioni in montagna di una volta

Corriere della Sera

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