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dalla nascita  
Venerdì 27 Marzo 2020
Fellini, a cento anni
dalla nascita    versione testuale
di Raffaele Chiarulli







“Egli danza. Egli danza”. Con queste parole, fatte pronunciare a Orson Welles nell’episodio La ricotta del film a più mani RoGoPaG (1963), Pier Paolo Pasolini descriveva icasticamente la figura di Federico Fellini. Come altro definire uno dei più grandi artisti italiani del Novecento, un cineasta amato in tutto il mondo che ha contribuito a ridisegnare le stesse coordinate (formali, certo, ma anche narrative e introspettive) della settima arte? Un danzatore? Un sognatore? Un poeta?

Anziché farsi chiudere in una definizione, in una etichetta o in uno dei famigerati “ismi”, Fellini ha scavalcato i confini, costringendo le lingue – non solo quindi quella italiana – a corrergli dietro per certificare l’esserci di qualcosa di nuovo ed eccezionale.

Quando gli facevano notare che il termine “felliniano” fosse diventato un vocabolo corrente anche in inglese, il regista commentava sornione: «Avevo sempre sognato, da grande, di fare l’aggettivo. Ne sono lusingato. Cosa intendano gli americani per “felliniano” posso immaginarlo: opulento, stravagante, onirico, bizzarro, nevrotico, fregnacciaro. Ecco, “fregnacciaro” è il termine giusto». Le “fregnacce”, stando a Fellini, iniziano verso la metà del secolo, quando c’è – dopo alcuni intensi anni da sceneggiatore in pieno periodo neorealista – l’esordio dietro la macchina da presa con Luci del varietà (1950), una divisione al 50% degli oneri della regia con Alberto Lattuada, di cui Fellini si ricorderà quando dovrà contare il numero di film già fatti – come vedremo dopo – per dare il titolo al suo progetto successivo.

Il cinema come costruzione immaginifica

Già questi primi titoli entreranno nella storia del cinema e diverranno proverbiali, dallo Sceicco bianco (1952) e I vitelloni (1953), che rivelano il talento di Alberto Sordi, a La strada (1954), Il bidone (1955) e Le notti di Cabiria (1957), imperdibili anche per la presenza di Giulietta Masina, moglie di Federico e compagna di una vita.

Negli anni Sessanta spiccano La dolce vita (1960), la cui scena più famosa è quella del bagno di Anita Ekberg e Marcello Mastroianni nella Fontana di Trevi, e (1963), autobiografia onirica del genio, uno dei film più citati della storia del cinema.

Fellini Satyricon (1969) e Il Casanova di Federico Fellini (1976) fanno i conti con la storia della cultura italiana ma il nome del regista, nei titoli stessi delle opere, la dice lunga su una visione dell’arte cinematografica come costruzione immaginifica fatta di strati e livelli di lettura in cui lo sguardo del cineasta (certo, per volontà anche dei produttori dei film) entra a far parte dell’arte stessa, non solo e non più come narratore e osservatore ma come racconto e oggetto. Per dirla con Fellini, “tutto si immagina”. Così il cineasta diventa cinema, aggettivo e figura retorica, e la storia diventa mito.

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