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(e il peggiore)
dei tempi possibili  
Lunedì 18 Maggio 2020
Giornalismo, il migliore
(e il peggiore)
dei tempi possibili    versione testuale
di Riccardo Luna







Qualche giorno fa uno dei più grandi linguisti italiani, Luca Serianni, ha fatto online una lezione per i ragazzi che faranno la maturità: per 40 minuti li ha portati a spasso nel Paradiso di Dante. Alla fine uno gli ha chiesto: professore, a che ci serve la letteratura? E lui: a comprendere la complessità del mondo e della vita. Prendiamo il coronavirus, che ci sembra una novità assoluta, con il suo carico di tragedie e di speranze, di eroismi e insipienza. E in un certo senso lo è. Ma questa situazione è descritta alla perfezione dalle prime righe di un romanzo dell’800.

E’ ambientato durante la rivoluzione francese, si intitola “Le due città” e non è il più celebrato fra i tanti scritti da Charles Dickens. Ma ha un incipit poderoso. Inizia così: “Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della stoltizia, era l’epoca della fede, era l’epoca dell’incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle tenebre, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione”.
 
Sembrano parole scritte per quello che sta accadendo al giornalismo adesso: mai così importante, nell’ultimo mezzo secolo, per provare a capire cosa sta accadendo al mondo; eppure mai così in crisi, come modello

La Repubblica

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