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Facebook, in Borsa le nostre vite |
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Per padre Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica la storica rivista dei gesuiti, «Dio è un hacker». Per Mark Zuckerberg, fondatore del social network Facebook, da ieri sul mercato per un’asta di azioni da 5 miliardi di dollari che può far capitalizzare la società fino a 76 miliardi di euro, «l’hacker cerca di costruire i migliori servizi futuri lanciando e imparando da piccole interazioni, invece che avere tutto il risultato subito...: il fare è sempre meglio dell’esser perfetti». Hacker ha molti significati, sono hacker i pirati che rubano copyright in rete e sono hacker gli agenti che con virus come Stuxnet rallentano il programma nucleare illegale in Iran. Ma il ventisettenne neo miliardario Zuckerberg (le sue azioni Facebook varranno 21 miliardi di euro) e il gesuita fondatore di «cybertheology», teologia sul Web, hanno insieme in mente, uno pensando a Dio l’altro non disdegnando Mammona-Wall Street, la più antica e benigna definizione di hacker, di cui questo giornale si occupò per primo in Italia nel 1986, con il direttore Scardocchia. L’hacker gnomo del computer e della rete che non solo genera ricchezza ma connette individui e masse tra loro. Può darsi che le corporation e le grandi sigle della finanza poi realizzino cospicui profitti sul suo genio creativo, di certo le aziende pubblicitarie investono
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L'Ac lancia un patto di responsabilità |
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A margine del convegno per gli amministratori locali promosso lo scorso fine settimana a Roma, sul tema "La città per le famiglie", la presidenza nazionale dell’Azione cattolica ha diffuso una nota sull'attuale momento della vita politica, sociale ed economica del Paese, con un richiamo esplicito “alla tutela dei più deboli e alla riforma del sistema elettorale”. “La crisi in corso chiama tutti e ciascuno, cittadini, partiti, parti sociali e la cosiddetta società civile a rafforzare un patto di responsabilità, che ha come orizzonte il futuro del Paese e delle giovani generazioni”. In un contesto del genere, “che coinvolge anche l’Europa – si legge nel comunicato –, appaiono gravissime le posizioni strumentali volte a difendere lo status quo, oppure a tutelare interessi particolari, specie dopo una lunga serie di manovre economiche che hanno anche duramente inciso sui redditi medio-bassi, sulle famiglie e sulla platea dei soliti noti, che coprono con i loro maggiori esborsi la piaga dell’evasione”.
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Il trasloco dei piccoli giornali |
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L’ipotesi che ha prospettato Giuliano Ferrara è pessima per il Foglio in sé, e pessima per il Foglio che è in noi. Chiudere i battenti, cessare le pubblicazioni, cancellare una testata che ha fatto un pezzo della storia degli ultimi cruciali quindici anni di storia italiana. Un evento che non si concretizzerà, ma la cui eventualità pone davanti al problema di come affrontare un tornante cruciale per chi fa piccoli giornali per proporre idee, politica, posizioni, analisi. Qualcuno è già finito fuori strada, come Liberazione, c’è chi si dichiara sul ciglio, come il manifesto, altri hanno situazioni di crisi conclamate e altri ancora ci sono ma non lo fanno sapere. Europa non sta tanto meglio. Non ho voglia né bisogno di riaprire il dossier di quanto il Foglio possa piacere o dispiacere, dell’opinione che si può avere del suo direttore, delle parti alterne e cangianti che ha giocato fin dalla fondazione nella commedia berlusconiana (tendente al dramma per il paese). Per chi ha gusto del giornalismo e della scrittura applicati alla politica, questo è un modello, che può solo fare tanta maggiore rabbia quanto più tradisce (e l’ha fatto) la promessa all’imprevedibilità e al disincanto: perché l’amicizia che perdona tutto al Cavaliere si ammette, ma neanche un romanticismo patologico giustifica tante campagne sballate
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