Dal Papa per i 25 anni

Il 25° di fondazione del Copercom cade nel 2021, ma si celebra nel 2022 per via della pandemia.

Alla vigilia dell’Udienza privata accordata da Papa Francesco al Copercom in occasione del 25° di fondazione del Coordinamento, il presidente Stefano Di Battista ricorda in una nota che «l’Udienza sarà un’occasione preziosa per recepire il mandato del Papa e tradurlo in un’azione progettuale da proporre alle 29 associazioni aderenti. Il progetto che abbiamo in mente s’inquadra nel “Patto educativo globale” del Pontefice. Si tratta – sottolinea il presidente – di un piano d’azione e di riposizionamento del Coordinamento che ci vedrà impegnati nel biennio 2023-24. Un approccio inedito per le associazioni aderenti, che nel contempo rifonda la ragion d’essere del Copercom. Vuole inoltre essere un modo di operare con una precisa fisionomia, evitando di ripiegarsi su qualche modello associativo egemonico». «Siamo convinti – aggiungeva – che un Coordinamento è tale solo se mette a disposizione degli aderenti strumenti adeguati per attuare i loro scopi, convinti che la comunicazione rappresenti, mai come oggi, una risposta all’emergenza educativa».

Lunedì 31 ottobre 2022, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, si tiene l’Udienza privata. A guidare la delegazione – composta da presidenti, delegati e assistenti ecclesiastici delle 29 realtà aderenti al Copercom – il vescovo Domenico Pompili, presidente della Commissione per la cultura e le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana. Sono presenti anche Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, due direttori dei media Cei: Marco Tarquinio (Avvenire) e Amerigo Vecchiarelli (Agensir), e tre ex presidenti del Coordinamento: Franco Mugerli, Domenico Delle Foglie e Massimiliano Padula. Per motivi di salute salta all’ultimo momento la partecipazione di Vincenzo Morgante (direttore Tv2000 e InBlu Radio).

 

IL DISCORSO DEL PRESIDENTE STEFANO DI BATTISTA

Santità,

non è facile trovare parole adatte per introdurre questo momento. Mi affido perciò a quelle legate al tema del messaggio per la 57ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali:

«Non dobbiamo temere di affermare la verità, a volte scomoda, che trova il suo fondamento nel Vangelo, ma non dobbiamo disgiungere questo annuncio da uno stile di misericordia, di sincera partecipazione alle gioie e alle sofferenze dell’uomo».

Il Copercom è nato nel 1996, un tempo in cui la diffusione di Internet era agli albori. Nel riflettere oggi sulla missione e sugli obiettivi a cui siamo chiamati, ci stiamo rendendo conto della visione profetica di coloro che diedero vita al Coordinamento: un mondo nuovo e complesso si profilava e gli strumenti del passato erano insufficienti a interpretarlo e ad abitarlo.

Ma in uno scenario di tale complessità e di sfide che appaiono epocali, cosa può fare il Copercom? Dove può poggiare le sue fondamenta, se le sabbie mobili sono ormai ovunque? Il primo passo, ci siamo detti, è andare da papa Francesco e ascoltare quanto ha da dirci. Dopo 26 anni, crediamo sia giunto il momento di riformulare il nostro mandato. Ma non perché l’ispirazione iniziale sia superata. L’articolo 1 del nostro statuto anzi, rimane pienamente attuale. Lo leggo:

«Di fronte alle problematiche socio-culturali e educative, il Coordinamento vede nella comunicazione sociale una risorsa significativa per un processo di umanizzazione e di costruzione di una comunità di persone solidali e dialogiche».

A noi pare di cogliere una profonda sintonia con le parole che ho citato all’inizio. Ma se rispetto al passato l’ottica è mutata, servono idee nuove e programmi conseguenti; serve la capacità di progettare e coinvolgere; serve la volontà di contaminarsi, ripensandosi non come soggetti autosufficienti, ma partecipi di un’intenzione più ampia, oltre quegli steccati dove, per abitudine o per accidia, ci si percepisce bastanti a sé stessi. In sintesi, serve un pensiero sinodale.

Santo Padre, nel ringraziare monsignor Domenico Pompili – per noi del Copercom sempre don Domenico – per averci accompagnati, desidero aggiungere che oggi avremmo sperato potesse esserci anche il fondatore del Coordinamento, il senatore Enea Piccinelli. L’età – 95 anni compiuti il 9 ottobre – non glielo ha permesso, ma ha espresso il suo grazie a lei per averci accolti.

Santità, siamo qui oggi, perché pensiamo che lei possa illuminare il nostro cammino e dare senso al nostro impegno. Prima di concludere però, vogliamo ribadire la nostra intenzione secondo il Vangelo:

«Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Grazie.

 

IL DISCORSO DI PAPA FRANCESCO

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Vi do il benvenuto e ringrazio il Presidente del Coordinamento delle Associazioni per la Comunicazione per le sue cortesi parole. Sono contento di condividere questo momento di festa – rimandato di due anni per la pandemia – per il venticinquesimo di fondazione del Coordinamento, insieme a tutte le associazioni che attualmente ne fanno parte. È una ricorrenza che invita a rendere grazie per la felice intuizione di costituire, con il sostegno della Segreteria Generale della Conferenza Episcopale Italiana, un’organizzazione che mettesse in rete varie associazioni nazionali che operano nel campo della comunicazione. Allo stesso tempo, è una buona opportunità per riflettere sulla missione richiesta oggi a un organismo come il vostro: infatti, i processi comunicativi cambiano continuamente e velocemente, e questo richiede un “di più” di progettualità e visione. Per questo, colgo questa occasione per riflettere con voi su alcuni obiettivi.

Il primo è, per così dire, istituzionale: il coordinamento. È un obiettivo nobile quello di mettere insieme più realtà per raggiungere un fine ben preciso. Coordinare è un verbo a voi familiare. Ma per chi? Per cosa? Sono gli interrogativi che aiutano a definire meglio l’impegno quotidiano per una buona comunicazione. Coordinare non è un’attività semplice, richiede pazienza, visione, unità d’intenti e, soprattutto, la valorizzazione delle singole identità associative, che vanno poste a servizio dell’insieme. Occorre far fruttificare i talenti e le competenze a beneficio di tutti, a servizio della Chiesa in Italia. Vi incoraggio a ripartire da qui, e a guardare al futuro con fiducia, pronti anche a imboccare strade diverse e innovative. Il cammino compiuto in questi venticinque anni vi offre già un buon bagaglio di esperienza per poter ulteriormente migliorare il lavoro di coordinamento.

Un secondo obiettivo è il cambiamento. Più volte abbiamo osservato che «quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamenti, ma è un cambiamento di epoca. Siamo, dunque, in uno di quei momenti nei quali i cambiamenti non sono più lineari, bensì epocali; costituiscono delle scelte che trasformano velocemente il modo di vivere, di relazionarsi, di comunicare ed elaborare il pensiero, di rapportarsi tra le generazioni umane e di comprendere e di vivere la fede e la scienza» (Discorso alla Curia Romana, 21 dicembre 2019). Pertanto, non bisogna temere di lasciarsi interpellare dalle sfide e dalle opportunità che il tempo presente propone. In questo dovreste essere esperti: esperti di cambiamento! Infatti, occupandovi di comunicazione, sapete benissimo come le innovazioni tecnologiche stiano accelerando i processi e i passaggi generazionali. Il cambiamento, per essere affrontato e gestito in maniera fruttuosa, richiede una buona capacità educativa e formativa. Vi invito a guardare, in modo particolare, alle nuove generazioni e a individuare i percorsi più adatti per stabilire con esse contatti significativi. E state attenti, perché cambiare non significa assecondare le mode del momento, ma convertire il proprio modo di essere e di pensare, a partire dall’atteggiamento di stupore di fronte a ciò che non muta eppure è sempre nuovo! Stupore che è l’antidoto contro l’abitudine ripetitiva e l’autoreferenzialità. Lo stupore ti porta avanti, ti fa cambiare, ti fa camminare. L’abitudine è ripetitiva, e l’autoreferenzialità ti fa guardare a te stesso, così, allo specchio, per guardare te.

Il terzo obiettivo è un trittico: incontro, ascolto e parola. È una sorta di “a-b-c” del buon comunicatore, perché è la dinamica che sta a fondamento di ogni buona comunicazione. Anzitutto, l’incontro con l’altro: significa aprire il proprio cuore, senza finzioni, a chi si ha davanti. L’incontro è il presupposto della conoscenza. Se non c’è l’incontro, non c’è comunicazione. Ma perché ci sia incontro ci vuole la sincerità. Fare finta di incontrarsi è non incontrarsi, e questo è brutto. Poi viene l’ascolto. Molto spesso ci accostiamo agli altri con le nostre convinzioni, fatte di idee preconfezionate, e rischiamo di rimanere impermeabili alla realtà di chi abbiamo di fronte. Invece, si tratta di imparare a fare silenzio, prima di tutto dentro di sé, e a rispettare l’altro: rispettarlo non formalmente, ma effettivamente, ascoltandolo, perché ogni persona è un mistero.

L’ascolto è l’ingrediente indispensabile perché ci sia un dialogo vero. Solo dopo l’ascolto, arriva la parola. Scrive San Giovanni: «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo» (1 Gv 1,3). La parola, uscita dal silenzio e dall’ascolto, può diventare annuncio, e allora la comunicazione apre alla comunione. Incontrare, ascoltare e poi parlare. Il vostro lavoro sia sempre guidato da queste azioni, ponendo sempre l’attenzione ai sostantivi, cioè alle persone, più che agli aggettivi che distraggono. Noi siamo in una cultura che è caduta nell’aggettivismo, tutto si aggettiva, e quando si aggettiva si perde la sostanzialità della cosa. Questa stessa dinamica può imprimere anche una svolta per le diverse conflittualità che sembrano voler fagocitare questo tempo.

E infine un ultimo elemento: il percorso sinodale, del quale tutti voi avete sentito parlare. La Chiesa, anche in Italia, sta compiendo un cammino, un processo inserito in quello avviato lo scorso anno a livello universale, e che proseguirà fino al 2024. Al di là della scansione temporale, camminare in modo sinodale significa vivere appieno l’ecclesialità. Proprio come ha insegnato il Concilio Vaticano II, che sessant’anni fa stava muovendo i primi passi. Vi esorto, pertanto, a portare il vostro specifico contributo a questo cammino della Chiesa in Italia. Come associazioni nazionali siete luoghi in cui ogni giorno concetti e teorie si misurano con la fatica e la speranza delle donne e degli uomini. Questa fraternità di vita può aprire una finestra importante in un tempo di grandi conflittualità. Possiate essere, nel vostro impegno quotidiano, testimoni e tessitori di comunione.

Vi affido a San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti e dei comunicatori, e al Beato Carlo Acutis, che ci mostra quanto sia importante essere creativi, essere geniali nel mondo della comunicazione digitale, non ripetitivi. Vi benedico e prego per voi. E voi, per favore, pregate per me.

Grazie!